“Il miracolo segreto” sarà premiato a Cattolica come romanzo inedito.


Il 13 aprile si svolgerà la cerimonia di premiazione. Il mio romanzo inedito, classificato secondo, verrà in seguito pubblicato e sarà reperibile sui principali siti di vendita.

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“Seconde vite” di Annamaria Trevale


SECONDE VITE di Annamaria Trevale – Edito da Stampalibri, 2018

Dolce e feroce come può essere la realtà, il romanzo composto da tante narrazioni personali traccia un quadro vivo della nostra società, con i suoi legami sfilacciati, le illusioni, il cuore mai sazio di chi ha oltrepassato il mezzo del cammino e rifiuta di farsi da parte consapevole di quanto siano preziosi gli anni a venire.
Mentre si passa da una gita a una serata al ristorante, a una “fuitina” lontano dallo sguardo dei figli, dalla riscossione degli affitti a uno stringato scambio epistolare via mail, una generazione matura solo anagraficamente recalcitra per sfuggire al proprio ruolo e a un futuro che arriva troppo in fretta.
I dialoghi sono i punti di forza del libro, oltre a un approccio affettivo alle confessioni dei protagonisti, al loro mondo interiore intessuto di sogni e piccole astuzie. Se il coperchio deve essere sollevato questo avviene da parte degli anziani genitori, imperturbabili di fronte allo sfarinarsi di famiglie e principi consegnati nel passato prossimo. Il sogno, una nuova convivenza, come un palloncino trattenuto dalle necessità dei figli e del lavoro, dall’allarme degli anziani, dai fantasmi dei primi matrimoni, dal timore di perdere la libertà faticosamente riconquistata, stenta e liberarsi nel cielo. “Una casa non è mica una persona, si può vivere bene dappertutto”, asserisce sconfortata Annalisa che ha deciso di convivere con il nuovo fidanzato abbandonando la propria abitazione per trasferirsi in una nuova casa con Claudio e formare un nucleo nuovo. I figli porteranno con sè il PC e la Playstation, a garanzia che la vita precedente continua. Come nei giochi del PC allora tutto scorre veloce e insensato, nuove relazioni che nascono in una sera ma forse là muoiono o spedizioni all’ufficio postale a due passi da casa che incappano nella rapina del giorno. Seconde vite, nuove opportunità o soltanto adattamento necessario. La partita si gioca sul filo dei sentimenti e delle paure, con l’ironia e la comprensione che la scrittura Di Annamaria Trevale non fa mai mancare nel mondo interiore e nelle relazioni personali dei protagonisti, come in questo divertentissimo momento vissuto da Annalisa e Claudio: “In definitiva deve trovarsi all’incirca nella sua stessa situazione, anche se per opposti motivi: se lui non ha ancora preso in considerazione la possibilità di crearsi un nuovo legame per paura che vada male come il primo, è probabile che Annalisa tema di non riuscire a trovare nessuno all’altezza del compagno perduto, oppure che non lo desideri nemmeno. Due sfigati, insomma, che potrebbero al massimo confortarsi un po’ a vicenda, ma nulla di più.”.

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Carissimo padre


CARISSIMO PADRE

Settembre 1946

– Carissimo padre, rispondo con colpevole ritardo alla vostra lettera, avendo dovuto sottostare alla autorizzazione del colonnello riguardo alla busta chiusa. Mi compiace il vostro stare insieme alla famiglia per festeggiare il Natale. Io trascorsi la mattina con i commilitoni, confinati nelle tende da campo piantate tra le erbacce, mentre fuori scendeva incessante una fitta pioggia mista a neve. Davanti a noi si innalza la sagoma del monte Guritopi. Ma a mezzodì udii i rintocchi di una campana provenienti da una chiesetta e pensai alla vostra tavola e all’ultimo anno passato con voi, quando ancora diciassettenne chiesi di partire volontario per poter ottenere presto il grado di caporale, e con la successiva iscrizione al partito che mai non ho firmato, pervenire al permesso di espatrio. Erano giorni di speranza, il sogno dell’America, e lasciai contro il vostro parere il paese e la banda con la quale, il trombone alla bocca, percorrevo le contrade insieme agli amici più cari, Massimo e Michele.
Ora qui, padre, solo in quel giorno rimasto caro, mangiammo a sufficienza, un pollo che pagai 25 lecchi albanesi, che fanno cinquanta lire, e divisi con altri tre alpini. Nelle poche ore serene porto loro un po’ di allegria suonando l’armonica che mi avete donato e che porto sempre con me. –

– Quando ti era pervenuta codesta lettera di Pier Paolo, caro Rinaudo ?- chiese l’ufficiale di stato civile togliendosi il cappello e deponendolo sulla scrivania lucida di vernice nera.
– L’abbiamo ricevuta alla fine del ’45, era nel materiale confiscato dalla marina britannica e poi restituito al nostro paese con i prigionieri, ma è datata 12 febbraio 1941, c’è il timbro del Quinto Reggimento Alpini della Tridentina, che allora era alloggiato di fronte al Guritopi, al confine greco-albanese.- Armando Rinaudo era ancora austero e impettito, nonostante i suoi sessant’anni e i capelli candidi, le larghe mani erano percorse dalle vene violacee e i tendini vibravano di determinazione. Solo gli occhi, cerchiati di una aureola giallognola, parevano avvolti da un sudario di dolore per l’ultimogenito mai tornato. Quel ragazzino esuberante era smanioso di allontanarsi in cerca di fortuna.
Poi l’ufficiale si accorse che Rinaudo si era chiuso in un silenzio grigio e disperato come un cumulo di ghiaccio al lato della strada e gli pose la mano sulla spalla. – Non ha più saputo niente ?-
– Sì – rispose – da me è passato Bonamore, mi confermò che si erano dovuti accampare sotto quella montagna, alta 2200 metri, erano lì dall’autunno inoltrato e non si riusciva ad avanzare, ma era la strada obbligata per la Grecia. Bisognava prenderla perché dominava il passaggio, la mulattiera costeggiava le pendici, e prima ancora si trattava di attraversare il fiume Verces che era senza ponti, e quanti annegavano tra le sue piene repentine !
Nella valle dirimpetto c’era la spianata con l’acquartieramento degli italiani sparso tra i canneti della radura. Consistevano in tre battaglioni della Tridentina, provenienti da Torino, ma composti da soldati di tutte le regioni, muniti di autocarrette OM37 con cingoli da montare e quattro ruote motrici, mortai che lanciavano bombe da tre o sei chili, e un gruppo di artiglieri con i 155 prolungati. Però i soldati avevano solo un moschetto Mod. 91 della Grande guerra, e il vestiario era insufficiente.
Mio figlio portava una divisa di panno, scarpe che al gelo si aprivano e allora le scambiava con quelle dei morti che non mancavano mai, niente zucchero e poco pane. In compenso nello zaino aveva avuto ordine di introdurre pettine, spazzola e lucido da scarpe perché doveva prepararsi a sfilare nel centro di Atene, già pochi giorni dopo l’inizio delle ostilità.
Invece non si era mai mosso di là, dalla vista del Guritopi che come un gigante minaccioso impediva il passaggio.
– E non sai esattamente cosa è successo dopo quella lettera, non te l’ha detto questo Bonamore ? – lo interruppe l’ufficiale, sedendosi pesantemente, era sudato e si grattava il pizzetto, nervoso. Raccogliere la testimonianza di Rinaudo, osservare e subire quell’uomo maturo che tratteneva a stento le lacrime, lo prostravano. Per ingannare l’agitazione accese una sigaretta, era una pessima nazionale senza filtro che spuntava dalla busta verde, e ne offrì una seconda all’amico che la accettò. Dense volte di fumo, circolari e allo stesso tempo appuntite, simili a zampe di un drago cinese, si sparsero per l’ufficio di Di Biase.
– Bonamore giunse da me con un biglietto, era di pugno di Pier Paolo: eccolo, l’ho tenuto vario tempo nella tasca ed è ormai spiegazzato:
– Carissimo padre, sentendo ormai prossima la mia fine, il mio pensiero corre a voi. Il vostro lavoro, i vostri continui sacrifici, meritavano migliore ricompensa: ma fui io solamente a desiderare di partire da casa e arruolarmi.
Lo feci solo per poter espatriare, perdonatemi però se vi ho causato tanto dolore e assistete la mamma.
Io, dall’Aldilà, pregherò per voi. Ora parto, e cercherò di raggiungere il crinale del Guritopi, là dove l’esercito greco ha posizionato i cannoni che impediscono la nostra marcia e falcidiano la nostra truppa. Ieri il nostro ufficiale medico morì uscendo dalla tenda e non possiamo attendere ancora. Addio.-
– Ma le posso raccontare, se ha tempo di ascoltarmi, di più sui giorni che precedettero.- Anche Rinaudo si sedette, la sigaretta ridotta a un mozzicone giallo cadde nel portacenere e Di Biase ne accese un’altra, solo allora il vecchio proseguì.
– Bonamore mi ha narrato tutto. Le riferisco, lo ricordo bene, il suo racconto:
– Dalla cima e dal crinale i soldati ellenici spazzavano la vallata e i nostri erano già saliti più volte prendendo e riperdendo la vetta. La montagna era ormai coperta di sangue, crivellata dai mortai e cosparsa dei nostri corpi e di quelli nemici. E poi, come si può chiamarli nemici ? Difendevano la loro patria. Dalla gola di Tumori, lei Di Biase sentendo questo nome ha già colto il destino dei giovani inviati là, usciva un ricognitore greco, un velivolo traballante che gli alpini chiamavano Vorreivolare, da sotto vedevamo il secondo aviere che buttava con le mani bombe sui nostri. Così morì l’ufficiale medico. Ma il ricognitore aveva un altro compito: dietro il nostro accampamento stavano i pastori albanesi con i greggi e ogni giorno si avvicinavano al campo. Gli albanesi si professavano alleati, ma infidi perché la popolazione non voleva un esercito straniero. Pochi giorni prima Pier Paolo e Bonamore, con altri due alpini, presero due pecore per arrostirle, il pastore albanese si infuriò, ma sostituì subito le due pecore rapite con altre due, ognuna nello stesso luogo e nella identica posizione di quella mancante. Così gli alpini capirono che il numero e la posizione delle pecore erano un messaggio cifrato con cui i pastori comunicavano al ricognitore i nostri piani ed eventuali novità.
Era il 5 marzo 1941 quando, alle sei del mattino, il colonnello diede l’ennesimo ordine di conquistare il Guritopi. Si rifocillarono con qualche fico secco e un po’ di formaggio. Pier Paolo portava addosso, in una delle tasche a toppa fissate alla giacca, la sua armonica. Non voleva lasciarla nella tenda. Un segno della croce e via. Sul crinale i greci fecero lo stesso segno per tre volte. Mentre erano a metà strada, subito dopo l’attraversamento del Verces, sibilarono i mortai da 81 che con la gittata di dieci chilometri spazzavano la cima.
La vetta rinsecchita, ruvida come una crosta di pane secco alla fioca luce lunare, si eclissava alla vista come un mondo estraneo sospeso nel vuoto.
Verso quella meta, apparentemente irraggiungibile, partirono. Fu l’ultima mattina che Bonamore vide mio figlio. – sospirò Rinaudo, correggendo la voce ormai flebile con un colpo di tosse.

Marzo 1941

Si erano quietate le grida e le voci concitate delle ultime ore e riprendeva il tedio di sempre, mentre gli ultimi soldati greci rientravano dalle retrovie.
Era già quasi metà pomeriggio in quel gelido marzo del 1941 sulle Alpi dinariche, e il sole non era riuscito a perforare quella coperta giallastra che ammantava l’orizzonte di cime e villaggi. Chi non vestiva la divisa lavorava sodo per sfamare la famiglia e in queste ore di relativa quiete le vie della borgata si rianimavano. Appena il pastore si allontanò dalla piazzola per richiamare un gruppo di capre che si stava allontanando, il bambino si sporse dal muricciolo di pietre e guardò attentamente la sua preda. Era vivo, malgrado le strisce di stoffa che rivestivano la gamba fossero inzuppate di sangue. Il volto del soldato era girato verso di lui, ma gli occhi erano socchiusi. Prese un sassolino bianco e lo lanciò verso la mano che era appoggiata sulla polvere. Centro! Si ritrasse immediatamente dietro l’angolo, poi si riaffacciò. Ancora non era stato visto. Tirò un altro sassolino. La mano del soldato si mosse. Anche le labbra si muovevano. Il bambino si avvicinò. Non aveva paura. Il soldato era straniero ma non poteva rincorrerlo. Era un soldato giovane e ora finalmente lo guardava. Faceva anche un segno con le dita di una mano, pareva lo chiamasse. Più vicino, ma che non potesse toccarlo. Ad ogni buon conto tenne in mano una pietra più grande. Il soldato aveva il viso segnato dal dolore, ma pareva sorridergli. Che uomo strano. Gli stranieri sono pericolosi. Hanno armi potenti. Ma questo lo incuriosiva ancora di più. – Vieni qui – parevano dire le dita della mano, lui seguì le dita, un passo avanti, mise la sua manina in quella dello straniero e le dita lo portarono su una tasca chiusa da un bottone nero. Le due mani sforzarono insieme e riuscirono ad aprire la tasca: dentro c’era una barretta metallica che luccicava, con tanti forellini sul lato. Non sembrava un’arma. Forse era un gioco. Ma il soldato era grande. Il bambino la prese e il ferito fece segno di appoggiarla sulle labbra. Allora, quando quella strana cosa fu a contatto, alzò la sua mano e la tenne leggermente premuta.
Una musica gioiosa e a tratti malinconica uscì per magia e il bambino rimase serio a fissarlo:

“Sotto un manto di stelle,
Roma bella mi appare,
Solitario è il mio cuor,
Disilluso d’amor, vuol nell’ombra cantar.

Una muta Fontana
E un balcone lassù,
O chitarra romana accompagnami tu!”

Poi la musica si affievolì. Dalla gamba sommariamente fasciata continuavano a colare gocce di sangue. Meglio non toccarlo. C’era la sorella che era brava a curare le ferite, conosceva bene anche il medico del paese, quell’uomo grasso e antipatico che tutti salutavano e non rispondeva a nessuno. Ma una volta aveva visitato anche lui e le sue medicine amare lo avevano guarito. Salvava e guariva tutti. Raccolse dal petto del soldato l’armonica e corse verso casa soffiando nei buchetti. A ogni passo uscivano suoni cupi o acuti, e dopo la seconda curva, dove era la loro misera abitazione, la madre si era già affacciata a guardare. C’era anche lei, la sorella, con la camicetta abbottonata fino al collo e un maglione grosso di lana.

– Dove hai trovato quello? – sgranò gli occhi indicando l’armonica.
– Vieni, ti porto da un soldato straniero – e fece gesto di scendere in strada.
– Ma sei matto? – aveva diciotto anni e raramente si avventurava vicino ai soldati.
– E’ steso per terra. Non ti farà del male. C’è tanto sangue.
– Non è affare di tua sorella. Né tuo – intervenne la madre.
– Per piacere! E’ bravo a suonare. Voglio solo farglielo sentire. Non ho mai sentito nessuno così bravo, neanche lo zio.

Giugno 1992.

– È stata la più lunga notte della mia vita, siamo stati in attesa con gli occhi fissi sul Guritopi. Il primo lucore dell’alba si inerpicava da oriente fino a ritagliare il profilo conico della montagna. Talora sulla vetta si sollevavano funghi di neve e polvere, poi ci raggiungeva il tossire delle esplosioni. Nella vallata regnava un odore pungente di erba marcia e fango, eppure lo apprezzavamo perché anestetizzava il tanfo dolciastro del sangue. Partimmo di corsa, dovevamo superare il fiume e le prime asperità, già ripide, coperti dal tiro dei mortai. La divisa si era inzuppata e le scarpe erano colme di liquido appiccicoso. Sotto il casco avevo appoggiato una calotta di lana, mentre mi ero foderato le mutande con la pelliccia di un coniglio. Una sosta a rifiatare, a strofinarsi con le mani per mitigare i brividi che mi risalivano il corpo, e poi su, a gruppi di dieci, defilati quando possibile dietro le asperità delle rocce o acquattati nei cespugli di ginepro, saltando con le gambe intirizzite i corpi dei nostri soldati rimasti insepolti. Erano le prime luci ed uno di loro mi guardava con i buchi bianchi degli occhi, il volto spalancato sul cielo di zaffiro, un’espressione sorpresa come lo era la mia.
Che assurdità morire a venti anni, senza un perché! Ancora su, mentre sibilavano già sui lati i colpi delle mitragliatrici pesanti, e iniziavano violenti corpo a corpo con le avanguardie greche. Spazzate vie queste continuammo l’ascesa, il mio plotone era quasi integro e l’ufficiale gridava frasi roche. A metà del costone si stendeva una nebbia lattiginosa e gelida, qualche fiocco di neve spinto dalle folate di vento sfarfallava nell’alba e si posava sulle guance o sul naso. Nel frattempo continuavo a grattarmi la nuca dove si annidavano i pidocchi. Il crinale era prossimo, ci lanciammo con le forze residue e le baionette in canna, superammo con qualche perdita una trincea senza lasciare feriti, sentivo un dolore al braccio sinistro ma non guardai, le forze non mancavano e non potevo rimanere indietro. Ancora tutti a terra, con le granate distruggemmo due nidi di mitragliatrici e notai che i sedili dei soldati greci addetti erano plasmati di ghiaccio pressato. Superato l’ultimo costone roccioso, che sovrastava un declivio di steli secchi cardi e rododendri aggrumati in masse ghiacciate e scivolose, ci facemmo avanti facendo forza sulle mani nude. Un vento brutale ci ostacolava, mi girai un attimo alle spalle: la vallata del nostro accampamento era terribilmente lontana, si scorgeva l’oro tremolante di una fiamma, e sotto di me la parete del Guritopi sprofondava nelle tenebre. Avanti, non c’erano alternative. All’ordine dell’ufficiale ci alzammo e balzammo alla conquista della vetta. Dai due lati d’improvviso i greci si lanciarono su di noi, in piedi anch’essi, in massa con i plotoni affiancati ed impugnando i parabellum. – A terra! Fuoco! Fuoco! – ordinò Setti. Troppo tardi, tra i greci producemmo un vuoto devastante, ma non arretrarono. In quell’attimo pensai ai trecento spartani sulle Termopili, alla loro morte senza cedimenti. Ora li avevamo di fronte a noi, con la stessa folle determinazione a presidiare il passaggio a valle, verso Atene. Erano in piedi, cadevano a interi gruppi, ma altri prendevano il loro posto e parevano invulnerabili. Non passammo, i miei compagni morti e quelli ellenici si ammucchiavano sul crinale, si continuò a sparare. Un colpo mi spostò, caddi. Fissai il cielo che incombeva e mi attirava nelle sue altezze vorticose. Poi il buio e il silenzio profondo soppiantò le voci dei greci.
– Ormai conosco la tua battaglia sul Guritopi a memoria – disse la donna. Il marito gettò la sigaretta a terra, sapeva che lei a udire il racconto non si emozionava più, ma in fondo le faceva sempre piacere riascoltarlo.
Dopo aver attraversato la piazzetta i due si fermarono davanti a una casa colonica contornata da tigli e abeti, con piccole finestre dai vetri illuminati. Pareva ristrutturata da poco tempo, sotto il tetto luccicavano lamiere di rame e il pergolato di ginestre ricopriva un tavolo lasciato all’aperto. Di fianco ad esso erano disposti un vecchio aratro in legno e un carretto con le aste per i cavalli. Dall’altro lato, separata dalla abitazione come il futuro dal passato, era parcheggiata una Saab nera. L’uomo si fermò a osservare con curiosità, poi riprese il cammino a fianco della moglie. – Qui c’era ancora campagna – si sistemò gli occhiali e lesse la scritta vicino al campanello.
– Abitavamo qui. Ecco la casa dove sono nato. Adesso ci vive la famiglia Giovannini, devono essere nuovi arrivati. Non è il caso di suonare, oggi poi che è festa meglio non disturbare. Siamo cittadini albanesi e forse ci guardano male, anche se il mio nome è rimasto italiano – l’uomo si appoggiò alla stampella e iniziò a incamminarsi verso la piazzetta, sempre a braccetto della moglie – Dall’altra parte del paese, dove adesso ci dirigiamo, c’è il cimitero con la tomba dei miei – sospirò Pier Paolo Rinaudo. Era vestito con una povera giacca a vento verde oliva e tornava per la prima volta in Italia dopo oltre quarant’anni. Lei portava i capelli grigi raccolti nel fazzoletto e un cappottino di panno sciupato color carta da zucchero. Un viaggio costoso, dal paese dell’Epiro a Valona, e da qui in nave fino al porto di Brindisi.
– Chissà come sarebbero felici di rivederti – disse lei.
– Non so, avevo scritto tre volte a casa fino a che si poteva inviare la posta in Italia, ma non ho ricevuto risposta. – Mia madre, cui avevi consegnato le lettere, non le ha mai portate all’ufficio postale. Le hanno mangiate le capre. Temeva che tu partissi per l’Italia e non tornassi più. – Sii serena – disse Rinaudo rabbuiato – dopo il 47 anche la posta non è più partita per l’estero. Siamo rimasti isolati dal mondo, tu e io, con i bambini. –
Erano passati troppi anni. Inutile recriminare. Anche il paese era cambiato, irriconoscibile. Moderno, come tutta l’Italia. Le Alfa Romeo e le Volkswagen parcheggiate in doppia fila. Ben diversa dalla borgata tra le Alpi albanesi dove avevano vissuto una esistenza sobria riscaldata solo dai corpi e dalle parole. Tra quei tetti color ruggine che alla sera diventavano viola come il cielo. Le vie lastricate di pietre grigie. Le notti senza luci. E un fumo azzurrognolo che come un manto dalla cima del Tomorit si propagava a lambire l’Adriatico lontano. Là si era fermato lui, trasportato a valle su una lettiga dai soldati ellenici, raccolto in fin di vita dai pastori e accolto nella borgata presso Gjirokastra, a trenta chilometri dalla frontiera, dove l’infermierina l’aveva curato. Troppo bello gli pareva allora quel mondo tra le nuvole, con l’odore del montone che usciva dai portoni e veniva servito insieme allo yoghurt, le zuppe con il pepe e l’alloro, i formaggi e il pane profumato, i cesti di fiori alle finestre in primavera. Tanto bello da riuscire a tollerare quarant’anni di dittatura e di miseria senza poter comunicare nulla ai familiari in Italia. Ora però era finito tutto. Anche il suo penare, il suo isolamento, solo ora, nella piena maturità. L’età che aveva suo padre quando era partito. Con due figli ormai cresciuti nel suo paese d’adozione. – Pensa che da ragazzo sognavo l’America. Mi avevano regalato l’armonica perché là usavano – riprese l’uomo, rivolto a lei – sognavo l’oceano, i grattacieli, le navi che salpavano verso il nuovo mondo. –
La moglie appoggiò la testa sulla sua spalla: – non ci saremmo mai conosciuti.
– Nessuno sa dove lo porta la sua strada – riprese l’uomo – la mia portava sul Guritopi, e poi sulle nostre montagne, dove mi aspettavi tu.

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“Carissimo padre” tra i racconti finalisti al Premio Città di Ravenna


CARISSIMO PADRE

di Andrea Masotti

Settembre 1946

– Carissimo padre, rispondo con colpevole ritardo alla vostra lettera, avendo dovuto sottostare alla autorizzazione del colonnello riguardo alla busta chiusa. Mi compiace il vostro stare insieme alla famiglia per festeggiare il Natale. Io trascorsi la mattina con i commilitoni, confinati nelle tende da campo piantate tra le erbacce, mentre fuori scendeva incessante una fitta pioggia mista a neve. Davanti a noi si innalza la sagoma del monte Guritopi. Ma a mezzodì udii i rintocchi di una campana provenienti da una chiesetta e pensai alla vostra tavola e all’ultimo anno passato con voi, quando ancora diciassettenne chiesi di partire volontario per poter ottenere il grado di caporale e con la successiva iscrizione al partito che mai non ho firmato, pervenire al permesso di espatrio. Erano giorni di speranza, con il sogno dell’America, e lasciai contro il vostro parere il paese e la banda con la quale, il trombone alla bocca, percorrevo le contrade insieme agli amici più cari, Massimo e Michele.
Ora qui, padre, solo in quel giorno rimasto caro, mangiammo a sufficienza, un pollo che pagai 25 lecchi albanesi, che fanno cinquanta lire, e divisi con altri tre alpini. Nelle poche ore serene dono loro un po’ di allegria suonando l’armonica che mi avete donato e porto sempre con me. –
– Quando ti era pervenuta codesta lettera di Pier Paolo, caro Rinaudo?- chiese l’ufficiale di stato civile togliendosi il cappello e deponendolo sulla scrivania lucida di vernice nera.
– L’abbiamo ricevuta alla fine del ’45, era nel materiale confiscato dalla marina britannica e poi restituito al nostro paese con i prigionieri, ma è datata 12 febbraio 1941, c’è il timbro del Quinto Reggimento Alpini della Tridentina, che allora era alloggiato di fronte al Guritopi, al confine greco-albanese.-
Armando Rinaudo era austero e impettito, nonostante i suoi sessant’anni e i capelli candidi. Le larghe mani erano percorse dalle vene violacee e i tendini vibravano di determinazione. Solo gli occhi, cerchiati di una aureola giallognola, parevano avvolti da un sudario di dolore per l’ultimogenito mai tornato. Quel ragazzino esuberante era smanioso di allontanarsi in cerca di fortuna.
Poi l’ufficiale si accorse che Rinaudo si era chiuso in un silenzio disperato e gli pose la mano sulla spalla. – Non ha più saputo niente?
…. ( continua)

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“L’urlo” racconto horror al premio Arti Letterarie di Torino


Il 27 ottobre alla Galleria di Arte Moderna di Torino si è svolta la premiazione del Premio delle Arti Letterarie. Il racconto “L’urlo” ha ricevuto il seguente giudizio dalla giuria: ” Il racconto si evolve in una sequenza di immagini che, nel loro insieme, descrivono in modo magistrale l’evolversi della storia di una bellissima ragazzina, piena di entusiasmo e vitalità che viene prevaricata e deprivata della propria gioia di vivere. L’articolazione incalzante del racconto e il pathos che pervade l’intero racconto costituiscono elementi che denotano una spiccata capacità narrativa dell’autore.”

L’URLO

di Andrea Masotti

Il mio volto non potete vederlo. Come un veleno potrebbe instillarvi, goccia a goccia, il desiderio della fine. Temo di scorgere nello specchio i filamenti albuminosi di una sagoma che fu la mia. Sono tornata a raccontare ciò che le parole faticano. Niente della mia vita precedente imprime le proprie immagini laggiù, dove è cecità e delirio. Non emetto suoni. La mia gola, su cui è passato il globo arroventato dell’infinito, è ora un ingranaggio inceppato. Ho baciato le mani a Colui che ascolta. Ho avvertito le mie labbra, che furono la Sensualità nel giardino dei vivi, approssimarsi all’eone che, traversando il dopo, ritorna al principio nel cerchio del Tutto. Pensiero e Silenzio mi hanno risposto : – torna.
Passeggio tra i viali senza scansare le auto che mi attraversano. Amavo il mondo che mi è sempre stato estraneo, come una stella marina dei fondali ama le fronde dei pini baciate dal sole. Tutte le delizie mi sono precluse, come i dolori. Ma so. Ho un sentimento solo, ciò che ho sempre ricevuto: l’odio.
Presto incontrerò chi mi ha privato del girovagare tra i quartieri, delle corse sul metrò, delle boccate di gelo e di agrumi. Dell’amore. Chi dedicò le sue energie per fare di una bambina la più aggraziata e sensibile creatura per poi abusarne nel più torbido dei rapporti: una sola carne con il padre.
La vergogna ha riversato le speranze nel fiume dell’odio, il tormento ha seccato il biancospino in fiore. Fino al balcone, le braccia rivolte al cielo come ali, il volo verso il grigio dell’asfalto. Tra poco sarò da lui. Ricordo l’alito su di me, le gocce acide di sudore, la mano muscolosa che mi stringeva e l’altra inerme, avvolta in una fascia. Una volta nella lotta la benda si sciolse e ho scorto una macchia biancastra. Come mettere in atto la vendetta? Sono solo un fantasma, le mie braccia sono vuote apparenze. Era la mia seconda domanda a Colui che ascolta. L’Essere scaturito dal nulla come il vento del deserto si è avvicinato alle mie labbra, ho avuto sentore di cosa mi proponeva e l’ho concesso. Per un istante sono tornata la meravigliosa creatura la cui sola presenza poteva togliere il fiato. Ma ero solo odio e odio rimasi anche nell’amore.
Mi è stato permesso di tirare i fili del destino di un uomo che non voglio accettare come mio consanguineo: essere la piega triste del suo labbro, l’ombra minacciosa sul dormiveglia, il teschio che traspare dalla nuvola. Il verme nel piatto, la cloaca che risale nel bagno. Il pianto che gocciola sul sole estivo, il carcinoma che sbuca sotto il seno, il filo di sangue nello sputo. Le lancette dell’orologio che rallentano nell’attesa. Sarò l’eterna compagnia dell’amarezza. Fino a che l’asfalto non si sarà saziato di un altro corpo. Salgo i gradini della mia abitazione. Quante volte ho sognato l’alto soffitto affrescato di ghirlande e ho immaginato la mia fuga. Portavo nel corpo i lividi delle percosse. Le lacrime vibravano dei sussulti, inumidivano la camicetta lacerata. Il cancello era bloccato dai chiavistelli. Ricordavo il mondo esterno dall’infanzia, mia madre mi accompagnava ai giardini o al corso di danza. Captavo su di me gli occhi turbati di uomini maturi che si giravano ad ammirarmi. I giovani mi seguivano fischiettando.
Al ballo madri invidiose sussurravano dei miei capelli di miele, di occhi profondi come il verde oceano, dei balzi e degli stacchi del tutù che superavano per elasticità e armonia ogni concorrente. Corpi distratti mi sfioravano e mia madre era attenta a chi mi prometteva baci e carezze. Ma chi più ne soffriva era mio padre, il suo non era un calore affettuoso, bensì gelosia. Rimasi sola. Le amicizie si dileguarono e la mia famiglia si isolò. Mio padre, preso dal lavoro e da frequenti viaggi in terre lontane, portava con sé fotografie, e scoprii che non c’erano solo spiagge esotiche e velieri sul mare azzurro, ma anche capanne miserabili e corpi nudi di adolescenti.
La malattia di mia madre aggravò la situazione: dovevo accudirla e rincuorarla nei momenti di lucidità. Il volto di lui era cupo, incapace di aprirsi agli estranei, e la sua personalità fragile lo spingeva sempre più verso di me. Rimanemmo soli, si chiuse la porta della prigione e si aprì quella dello scandalo. Tra poco lo rivedrò, elegante, i capelli tinti, abbronzato. Avrà ancora il braccio fasciato, questo sì, ma coperto dalla giacca.
Ci tiene all’aspetto, a sembrare giovane. Attraverso il cancello, ecco la porta del suo studio, sarà il suo ultimo momento spensierato, poi lo accompagnerò giorno dopo giorno.
È sdraiato sul divano, dimagrito, i capelli radi, il volto reclinato sul cuscino.
Dall’angolo della bocca esce un filo di bava: forse è fatto di alcool. La pelle è butterata, una mano informe penzola sul lato. Mi avvicino. Nella stanza incombe un odore stantio, nessuno arieggia. Aggiro il letto e scorgo che del naso è rimasta una cavità informe, le labbra sono corde retratte, e l’altra mano, che portava bendata, è senza dita. Irriconoscibile. Ora comprendo il suo segreto: la macchia bianca che accuratamente celava sotto le fasce non erano i medicamenti spalmati sulla pelle, ma un primo sintomo. Nei suoi vagabondaggi ha contratto la lebbra che come una piovra macera e recide la carne. Respira, ascolto sillabe nel deliquio, fatica a emetterle dalle labbra amputate. Potessi bagnarle con una goccia d’acqua – o… no… o… no… – cosa intende? Tenta di respingere la morte che percepisce vicina o chiede perdono, lui che non ne ha mai concesso. Perdono alla moglie trascurata, perdono ai bambini usurpati. Perdono a me. Sono disarmata. Il più grande nemico non era mio padre ma l’odio che covavo e di fronte al corpo che geme nell’agonia è svanito. Non posso procedere ad altre vendette, l’acqua della piena fangosa è prossima all’estuario. Lontano, dove presto tornerò, troverò sagome umane e sognanti note di violino, i profumi del gelsomino e delle viole, e non sento più, mai più sarò soverchiata da quel terribile urlo: il mio.

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La ragazza di Chagall di Antonella Sbuelz


Partendo dall’ infanzia tra i laghetti e i sassi dell’appennino tosco emiliano rivissuto con gli occhi di una bambina, il racconto si sviluppa drammaticamente negli anni che hanno preceduto la dittatura e il secondo conflitto mondiale, con le persecuzioni razziali, il confino a Ventotene presso Trieste con altri condannati dal regime, le virulente e magnetiche adunate mussoliniane, i timori e i sogni di libertà.
Il mondo improvvisamente si incrina, nelle semplici e a volta dolorose esperienze dell’adolescenza si innesta il virus dell’odio che obbliga ognuno a prendere posizione, con servilismo, opportunismo, angoscia, coraggio, o a fuggire per difendere sé e proteggere i propri cari.
Sono più voci di speranza, di paura, che riescono a evidenziare la profondità di gesti semplici, particolari realistici e sensuali, ricordi e preoccupazioni di una giovinezza inquieta rielaborata nei pensieri, nelle lettere, nei diari, e a cui solo il tempo darà risposta e a volte sarà quella della vendetta. Non solo è ricostruito in modo dettagliato il periodo storico, ma anche l’amenità dell’ambiente naturale nelle sue stagioni, gli interni abitativi o dei trasporti all’epoca e ogni particolare possa coinvolgere il lettore e trasportarlo nelle vicende passate.
A volte la narrazione procede avanti e indietro nel tempo, scorrendo con le onde della poesia, In tal caso le parole colpiscono l’immaginazione anche se come lettore ho trovato qualche difficoltà ad orientarmi. Ho pensato che il riferimento a Chagall non è solo il volo della bambina al di là dell’oceano, ma anche ai colori delle immagini, al volo dei pensieri al di là dei tempi e dei luoghi. Apprezzabile il crescendo di emozioni che caratterizza lo svolgersi dei fatti, dove la tensione si insinua con sguardi, lampi, pericoli, trascinando nell’angoscia la protagonista. Il finale è commovente e niente di più può regalare la lettura di un romanzo.

“La ragazza di Chagall” di Antonella Sbuelz Ed Forum 2018

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“Domani alla parata”. Un bambino della Corea del Nord tra miseria e doveri di stato.


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