Carissimo padre


CARISSIMO PADRE

Settembre 1946

– Carissimo padre, rispondo con colpevole ritardo alla vostra lettera, avendo dovuto sottostare alla autorizzazione del colonnello riguardo alla busta chiusa. Mi compiace il vostro stare insieme alla famiglia per festeggiare il Natale. Io trascorsi la mattina con i commilitoni, confinati nelle tende da campo piantate tra le erbacce, mentre fuori scendeva incessante una fitta pioggia mista a neve. Davanti a noi si innalza la sagoma del monte Guritopi. Ma a mezzodì udii i rintocchi di una campana provenienti da una chiesetta e pensai alla vostra tavola e all’ultimo anno passato con voi, quando ancora diciassettenne chiesi di partire volontario per poter ottenere presto il grado di caporale, e con la successiva iscrizione al partito che mai non ho firmato, pervenire al permesso di espatrio. Erano giorni di speranza, il sogno dell’America, e lasciai contro il vostro parere il paese e la banda con la quale, il trombone alla bocca, percorrevo le contrade insieme agli amici più cari, Massimo e Michele.
Ora qui, padre, solo in quel giorno rimasto caro, mangiammo a sufficienza, un pollo che pagai 25 lecchi albanesi, che fanno cinquanta lire, e divisi con altri tre alpini. Nelle poche ore serene porto loro un po’ di allegria suonando l’armonica che mi avete donato e che porto sempre con me. –

– Quando ti era pervenuta codesta lettera di Pier Paolo, caro Rinaudo ?- chiese l’ufficiale di stato civile togliendosi il cappello e deponendolo sulla scrivania lucida di vernice nera.
– L’abbiamo ricevuta alla fine del ’45, era nel materiale confiscato dalla marina britannica e poi restituito al nostro paese con i prigionieri, ma è datata 12 febbraio 1941, c’è il timbro del Quinto Reggimento Alpini della Tridentina, che allora era alloggiato di fronte al Guritopi, al confine greco-albanese.- Armando Rinaudo era ancora austero e impettito, nonostante i suoi sessant’anni e i capelli candidi, le larghe mani erano percorse dalle vene violacee e i tendini vibravano di determinazione. Solo gli occhi, cerchiati di una aureola giallognola, parevano avvolti da un sudario di dolore per l’ultimogenito mai tornato. Quel ragazzino esuberante era smanioso di allontanarsi in cerca di fortuna.
Poi l’ufficiale si accorse che Rinaudo si era chiuso in un silenzio grigio e disperato come un cumulo di ghiaccio al lato della strada e gli pose la mano sulla spalla. – Non ha più saputo niente ?-
– Sì – rispose – da me è passato Bonamore, mi confermò che si erano dovuti accampare sotto quella montagna, alta 2200 metri, erano lì dall’autunno inoltrato e non si riusciva ad avanzare, ma era la strada obbligata per la Grecia. Bisognava prenderla perché dominava il passaggio, la mulattiera costeggiava le pendici, e prima ancora si trattava di attraversare il fiume Verces che era senza ponti, e quanti annegavano tra le sue piene repentine !
Nella valle dirimpetto c’era la spianata con l’acquartieramento degli italiani sparso tra i canneti della radura. Consistevano in tre battaglioni della Tridentina, provenienti da Torino, ma composti da soldati di tutte le regioni, muniti di autocarrette OM37 con cingoli da montare e quattro ruote motrici, mortai che lanciavano bombe da tre o sei chili, e un gruppo di artiglieri con i 155 prolungati. Però i soldati avevano solo un moschetto Mod. 91 della Grande guerra, e il vestiario era insufficiente.
Mio figlio portava una divisa di panno, scarpe che al gelo si aprivano e allora le scambiava con quelle dei morti che non mancavano mai, niente zucchero e poco pane. In compenso nello zaino aveva avuto ordine di introdurre pettine, spazzola e lucido da scarpe perché doveva prepararsi a sfilare nel centro di Atene, già pochi giorni dopo l’inizio delle ostilità.
Invece non si era mai mosso di là, dalla vista del Guritopi che come un gigante minaccioso impediva il passaggio.
– E non sai esattamente cosa è successo dopo quella lettera, non te l’ha detto questo Bonamore ? – lo interruppe l’ufficiale, sedendosi pesantemente, era sudato e si grattava il pizzetto, nervoso. Raccogliere la testimonianza di Rinaudo, osservare e subire quell’uomo maturo che tratteneva a stento le lacrime, lo prostravano. Per ingannare l’agitazione accese una sigaretta, era una pessima nazionale senza filtro che spuntava dalla busta verde, e ne offrì una seconda all’amico che la accettò. Dense volte di fumo, circolari e allo stesso tempo appuntite, simili a zampe di un drago cinese, si sparsero per l’ufficio di Di Biase.
– Bonamore giunse da me con un biglietto, era di pugno di Pier Paolo: eccolo, l’ho tenuto vario tempo nella tasca ed è ormai spiegazzato:
– Carissimo padre, sentendo ormai prossima la mia fine, il mio pensiero corre a voi. Il vostro lavoro, i vostri continui sacrifici, meritavano migliore ricompensa: ma fui io solamente a desiderare di partire da casa e arruolarmi.
Lo feci solo per poter espatriare, perdonatemi però se vi ho causato tanto dolore e assistete la mamma.
Io, dall’Aldilà, pregherò per voi. Ora parto, e cercherò di raggiungere il crinale del Guritopi, là dove l’esercito greco ha posizionato i cannoni che impediscono la nostra marcia e falcidiano la nostra truppa. Ieri il nostro ufficiale medico morì uscendo dalla tenda e non possiamo attendere ancora. Addio.-
– Ma le posso raccontare, se ha tempo di ascoltarmi, di più sui giorni che precedettero.- Anche Rinaudo si sedette, la sigaretta ridotta a un mozzicone giallo cadde nel portacenere e Di Biase ne accese un’altra, solo allora il vecchio proseguì.
– Bonamore mi ha narrato tutto. Le riferisco, lo ricordo bene, il suo racconto:
– Dalla cima e dal crinale i soldati ellenici spazzavano la vallata e i nostri erano già saliti più volte prendendo e riperdendo la vetta. La montagna era ormai coperta di sangue, crivellata dai mortai e cosparsa dei nostri corpi e di quelli nemici. E poi, come si può chiamarli nemici ? Difendevano la loro patria. Dalla gola di Tumori, lei Di Biase sentendo questo nome ha già colto il destino dei giovani inviati là, usciva un ricognitore greco, un velivolo traballante che gli alpini chiamavano Vorreivolare, da sotto vedevamo il secondo aviere che buttava con le mani bombe sui nostri. Così morì l’ufficiale medico. Ma il ricognitore aveva un altro compito: dietro il nostro accampamento stavano i pastori albanesi con i greggi e ogni giorno si avvicinavano al campo. Gli albanesi si professavano alleati, ma infidi perché la popolazione non voleva un esercito straniero. Pochi giorni prima Pier Paolo e Bonamore, con altri due alpini, presero due pecore per arrostirle, il pastore albanese si infuriò, ma sostituì subito le due pecore rapite con altre due, ognuna nello stesso luogo e nella identica posizione di quella mancante. Così gli alpini capirono che il numero e la posizione delle pecore erano un messaggio cifrato con cui i pastori comunicavano al ricognitore i nostri piani ed eventuali novità.
Era il 5 marzo 1941 quando, alle sei del mattino, il colonnello diede l’ennesimo ordine di conquistare il Guritopi. Si rifocillarono con qualche fico secco e un po’ di formaggio. Pier Paolo portava addosso, in una delle tasche a toppa fissate alla giacca, la sua armonica. Non voleva lasciarla nella tenda. Un segno della croce e via. Sul crinale i greci fecero lo stesso segno per tre volte. Mentre erano a metà strada, subito dopo l’attraversamento del Verces, sibilarono i mortai da 81 che con la gittata di dieci chilometri spazzavano la cima.
La vetta rinsecchita, ruvida come una crosta di pane secco alla fioca luce lunare, si eclissava alla vista come un mondo estraneo sospeso nel vuoto.
Verso quella meta, apparentemente irraggiungibile, partirono. Fu l’ultima mattina che Bonamore vide mio figlio. – sospirò Rinaudo, correggendo la voce ormai flebile con un colpo di tosse.

Marzo 1941

Si erano quietate le grida e le voci concitate delle ultime ore e riprendeva il tedio di sempre, mentre gli ultimi soldati greci rientravano dalle retrovie.
Era già quasi metà pomeriggio in quel gelido marzo del 1941 sulle Alpi dinariche, e il sole non era riuscito a perforare quella coperta giallastra che ammantava l’orizzonte di cime e villaggi. Chi non vestiva la divisa lavorava sodo per sfamare la famiglia e in queste ore di relativa quiete le vie della borgata si rianimavano. Appena il pastore si allontanò dalla piazzola per richiamare un gruppo di capre che si stava allontanando, il bambino si sporse dal muricciolo di pietre e guardò attentamente la sua preda. Era vivo, malgrado le strisce di stoffa che rivestivano la gamba fossero inzuppate di sangue. Il volto del soldato era girato verso di lui, ma gli occhi erano socchiusi. Prese un sassolino bianco e lo lanciò verso la mano che era appoggiata sulla polvere. Centro! Si ritrasse immediatamente dietro l’angolo, poi si riaffacciò. Ancora non era stato visto. Tirò un altro sassolino. La mano del soldato si mosse. Anche le labbra si muovevano. Il bambino si avvicinò. Non aveva paura. Il soldato era straniero ma non poteva rincorrerlo. Era un soldato giovane e ora finalmente lo guardava. Faceva anche un segno con le dita di una mano, pareva lo chiamasse. Più vicino, ma che non potesse toccarlo. Ad ogni buon conto tenne in mano una pietra più grande. Il soldato aveva il viso segnato dal dolore, ma pareva sorridergli. Che uomo strano. Gli stranieri sono pericolosi. Hanno armi potenti. Ma questo lo incuriosiva ancora di più. – Vieni qui – parevano dire le dita della mano, lui seguì le dita, un passo avanti, mise la sua manina in quella dello straniero e le dita lo portarono su una tasca chiusa da un bottone nero. Le due mani sforzarono insieme e riuscirono ad aprire la tasca: dentro c’era una barretta metallica che luccicava, con tanti forellini sul lato. Non sembrava un’arma. Forse era un gioco. Ma il soldato era grande. Il bambino la prese e il ferito fece segno di appoggiarla sulle labbra. Allora, quando quella strana cosa fu a contatto, alzò la sua mano e la tenne leggermente premuta.
Una musica gioiosa e a tratti malinconica uscì per magia e il bambino rimase serio a fissarlo:

“Sotto un manto di stelle,
Roma bella mi appare,
Solitario è il mio cuor,
Disilluso d’amor, vuol nell’ombra cantar.

Una muta Fontana
E un balcone lassù,
O chitarra romana accompagnami tu!”

Poi la musica si affievolì. Dalla gamba sommariamente fasciata continuavano a colare gocce di sangue. Meglio non toccarlo. C’era la sorella che era brava a curare le ferite, conosceva bene anche il medico del paese, quell’uomo grasso e antipatico che tutti salutavano e non rispondeva a nessuno. Ma una volta aveva visitato anche lui e le sue medicine amare lo avevano guarito. Salvava e guariva tutti. Raccolse dal petto del soldato l’armonica e corse verso casa soffiando nei buchetti. A ogni passo uscivano suoni cupi o acuti, e dopo la seconda curva, dove era la loro misera abitazione, la madre si era già affacciata a guardare. C’era anche lei, la sorella, con la camicetta abbottonata fino al collo e un maglione grosso di lana.

– Dove hai trovato quello? – sgranò gli occhi indicando l’armonica.
– Vieni, ti porto da un soldato straniero – e fece gesto di scendere in strada.
– Ma sei matto? – aveva diciotto anni e raramente si avventurava vicino ai soldati.
– E’ steso per terra. Non ti farà del male. C’è tanto sangue.
– Non è affare di tua sorella. Né tuo – intervenne la madre.
– Per piacere! E’ bravo a suonare. Voglio solo farglielo sentire. Non ho mai sentito nessuno così bravo, neanche lo zio.

Giugno 1992.

– È stata la più lunga notte della mia vita, siamo stati in attesa con gli occhi fissi sul Guritopi. Il primo lucore dell’alba si inerpicava da oriente fino a ritagliare il profilo conico della montagna. Talora sulla vetta si sollevavano funghi di neve e polvere, poi ci raggiungeva il tossire delle esplosioni. Nella vallata regnava un odore pungente di erba marcia e fango, eppure lo apprezzavamo perché anestetizzava il tanfo dolciastro del sangue. Partimmo di corsa, dovevamo superare il fiume e le prime asperità, già ripide, coperti dal tiro dei mortai. La divisa si era inzuppata e le scarpe erano colme di liquido appiccicoso. Sotto il casco avevo appoggiato una calotta di lana, mentre mi ero foderato le mutande con la pelliccia di un coniglio. Una sosta a rifiatare, a strofinarsi con le mani per mitigare i brividi che mi risalivano il corpo, e poi su, a gruppi di dieci, defilati quando possibile dietro le asperità delle rocce o acquattati nei cespugli di ginepro, saltando con le gambe intirizzite i corpi dei nostri soldati rimasti insepolti. Erano le prime luci ed uno di loro mi guardava con i buchi bianchi degli occhi, il volto spalancato sul cielo di zaffiro, un’espressione sorpresa come lo era la mia.
Che assurdità morire a venti anni, senza un perché! Ancora su, mentre sibilavano già sui lati i colpi delle mitragliatrici pesanti, e iniziavano violenti corpo a corpo con le avanguardie greche. Spazzate vie queste continuammo l’ascesa, il mio plotone era quasi integro e l’ufficiale gridava frasi roche. A metà del costone si stendeva una nebbia lattiginosa e gelida, qualche fiocco di neve spinto dalle folate di vento sfarfallava nell’alba e si posava sulle guance o sul naso. Nel frattempo continuavo a grattarmi la nuca dove si annidavano i pidocchi. Il crinale era prossimo, ci lanciammo con le forze residue e le baionette in canna, superammo con qualche perdita una trincea senza lasciare feriti, sentivo un dolore al braccio sinistro ma non guardai, le forze non mancavano e non potevo rimanere indietro. Ancora tutti a terra, con le granate distruggemmo due nidi di mitragliatrici e notai che i sedili dei soldati greci addetti erano plasmati di ghiaccio pressato. Superato l’ultimo costone roccioso, che sovrastava un declivio di steli secchi cardi e rododendri aggrumati in masse ghiacciate e scivolose, ci facemmo avanti facendo forza sulle mani nude. Un vento brutale ci ostacolava, mi girai un attimo alle spalle: la vallata del nostro accampamento era terribilmente lontana, si scorgeva l’oro tremolante di una fiamma, e sotto di me la parete del Guritopi sprofondava nelle tenebre. Avanti, non c’erano alternative. All’ordine dell’ufficiale ci alzammo e balzammo alla conquista della vetta. Dai due lati d’improvviso i greci si lanciarono su di noi, in piedi anch’essi, in massa con i plotoni affiancati ed impugnando i parabellum. – A terra! Fuoco! Fuoco! – ordinò Setti. Troppo tardi, tra i greci producemmo un vuoto devastante, ma non arretrarono. In quell’attimo pensai ai trecento spartani sulle Termopili, alla loro morte senza cedimenti. Ora li avevamo di fronte a noi, con la stessa folle determinazione a presidiare il passaggio a valle, verso Atene. Erano in piedi, cadevano a interi gruppi, ma altri prendevano il loro posto e parevano invulnerabili. Non passammo, i miei compagni morti e quelli ellenici si ammucchiavano sul crinale, si continuò a sparare. Un colpo mi spostò, caddi. Fissai il cielo che incombeva e mi attirava nelle sue altezze vorticose. Poi il buio e il silenzio profondo soppiantò le voci dei greci.
– Ormai conosco la tua battaglia sul Guritopi a memoria – disse la donna. Il marito gettò la sigaretta a terra, sapeva che lei a udire il racconto non si emozionava più, ma in fondo le faceva sempre piacere riascoltarlo.
Dopo aver attraversato la piazzetta i due si fermarono davanti a una casa colonica contornata da tigli e abeti, con piccole finestre dai vetri illuminati. Pareva ristrutturata da poco tempo, sotto il tetto luccicavano lamiere di rame e il pergolato di ginestre ricopriva un tavolo lasciato all’aperto. Di fianco ad esso erano disposti un vecchio aratro in legno e un carretto con le aste per i cavalli. Dall’altro lato, separata dalla abitazione come il futuro dal passato, era parcheggiata una Saab nera. L’uomo si fermò a osservare con curiosità, poi riprese il cammino a fianco della moglie. – Qui c’era ancora campagna – si sistemò gli occhiali e lesse la scritta vicino al campanello.
– Abitavamo qui. Ecco la casa dove sono nato. Adesso ci vive la famiglia Giovannini, devono essere nuovi arrivati. Non è il caso di suonare, oggi poi che è festa meglio non disturbare. Siamo cittadini albanesi e forse ci guardano male, anche se il mio nome è rimasto italiano – l’uomo si appoggiò alla stampella e iniziò a incamminarsi verso la piazzetta, sempre a braccetto della moglie – Dall’altra parte del paese, dove adesso ci dirigiamo, c’è il cimitero con la tomba dei miei – sospirò Pier Paolo Rinaudo. Era vestito con una povera giacca a vento verde oliva e tornava per la prima volta in Italia dopo oltre quarant’anni. Lei portava i capelli grigi raccolti nel fazzoletto e un cappottino di panno sciupato color carta da zucchero. Un viaggio costoso, dal paese dell’Epiro a Valona, e da qui in nave fino al porto di Brindisi.
– Chissà come sarebbero felici di rivederti – disse lei.
– Non so, avevo scritto tre volte a casa fino a che si poteva inviare la posta in Italia, ma non ho ricevuto risposta. – Mia madre, cui avevi consegnato le lettere, non le ha mai portate all’ufficio postale. Le hanno mangiate le capre. Temeva che tu partissi per l’Italia e non tornassi più. – Sii serena – disse Rinaudo rabbuiato – dopo il 47 anche la posta non è più partita per l’estero. Siamo rimasti isolati dal mondo, tu e io, con i bambini. –
Erano passati troppi anni. Inutile recriminare. Anche il paese era cambiato, irriconoscibile. Moderno, come tutta l’Italia. Le Alfa Romeo e le Volkswagen parcheggiate in doppia fila. Ben diversa dalla borgata tra le Alpi albanesi dove avevano vissuto una esistenza sobria riscaldata solo dai corpi e dalle parole. Tra quei tetti color ruggine che alla sera diventavano viola come il cielo. Le vie lastricate di pietre grigie. Le notti senza luci. E un fumo azzurrognolo che come un manto dalla cima del Tomorit si propagava a lambire l’Adriatico lontano. Là si era fermato lui, trasportato a valle su una lettiga dai soldati ellenici, raccolto in fin di vita dai pastori e accolto nella borgata presso Gjirokastra, a trenta chilometri dalla frontiera, dove l’infermierina l’aveva curato. Troppo bello gli pareva allora quel mondo tra le nuvole, con l’odore del montone che usciva dai portoni e veniva servito insieme allo yoghurt, le zuppe con il pepe e l’alloro, i formaggi e il pane profumato, i cesti di fiori alle finestre in primavera. Tanto bello da riuscire a tollerare quarant’anni di dittatura e di miseria senza poter comunicare nulla ai familiari in Italia. Ora però era finito tutto. Anche il suo penare, il suo isolamento, solo ora, nella piena maturità. L’età che aveva suo padre quando era partito. Con due figli ormai cresciuti nel suo paese d’adozione. – Pensa che da ragazzo sognavo l’America. Mi avevano regalato l’armonica perché là usavano – riprese l’uomo, rivolto a lei – sognavo l’oceano, i grattacieli, le navi che salpavano verso il nuovo mondo. –
La moglie appoggiò la testa sulla sua spalla: – non ci saremmo mai conosciuti.
– Nessuno sa dove lo porta la sua strada – riprese l’uomo – la mia portava sul Guritopi, e poi sulle nostre montagne, dove mi aspettavi tu.

Questa voce è stata pubblicata in narrativa, racconti. Contrassegna il permalink.

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