La vita attesa di Gino Pitaro – Molti temi in un romanzo breve


La vita attesa è un romanzo di formazione, i protagonisti sono un gruppo di ragazzi che vivono in un paese incastonato sulla costa calabra, tra le piccole grandi avventure dell’adolescenza e la prospettiva di un viaggio verso una futura realizzazione nelle città del nord.
E così si passa dalle immagini pittoriche della natura, ai caratteri talora lussureggianti dei personaggi del luogo, sempre narrati con umorismo, agli amori e talora ai drammi che contrassegnano gli anni più belli e avventurosi, fino alla divisione che porterà ognuno altrove, su strade ben diverse, lo studio, il lavoro nella polizia, la proposta del guadagno facile che conduce alla malavita. I capitoli iniziali hanno gli accenti di poesia dell’età giovanile e dell’universo marino che li vede protagonisti, con le ambizioni e i sogni che sorgono spontanei in chi si proietta in una vita attesa, nella seconda parte sarà il duro confronto con la realtà, le strade diverse e ora conflittuali dei protagonisti si incrociano nella peggiore delle circostanze, mentre gli agenti di polizia sono intenti a rintracciare un carico di cocaina proveniente dalla penisola balcanica. Ora non è più il mare a riunirli, ma a dividerli. Eppure un barlume della loro comune amicizia sopravvive e sarà questo a concedere un’ultima possibilità di redenzione.
Il romanzo offre notevoli spunti di interesse, dall’ambiente naturale descritto in modo poetico, alla galleria dei personaggi che gravitano nei villaggi vacanze, alle vicende del mondo studentesco e del malaffare. Ben riuscita e spiritosa la prima metà del romanzo, mentre nella seconda parte contrassegnata dall’azione i temi sono addossati e la narrazione procede con cambi di voce narrante che rendono la lettura, soprattutto nelle pagine più intense del finale, non del tutto scorrevole.

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“Il sangue dei padri” di Giuseppe Fabro


Dai vicoli di Genova un gruppo di adolescenti spiantati e inquieti affronta il mondo con l’unico mezzo in loro possesso : la violenza. Le loro amicizie, gli amori, la rabbia che cova in famiglie disperse dagli eventi tragici di un dopoguerra ancora vicino, li spingeranno a compiere rapine per mantenersi indipendenti e inseguire un luccicante ed effimero benessere. La narrazione ritmata e coinvolgente, a tratti feroce come i protagonisti, a tratti poetica come i versi di de Andrè che rieccheggiano tra le righe, porta il lettore fino al finale prevedibile e dolente, in cui l’etica assume i colori del dubbio e la fragilità umana prevale sulla ragione.

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Il miracolo segreto – recensione di Silvia Longo


Roberto è un ragazzo padre, un calciatore mancato. Lavora in una concessionaria di automobili. Vive con la figlia Alice, adolescente di sensibilità e intelligenza, afflitta da disturbi alimentari. La madre della ragazzina, Valeria, tra la famiglia e la carriera ha scelto quest’ultima. E ha lasciato Roberto e Alice per andarsene a lavorare in America. Al momento in cui inizia la narrazione, Roberto è sospeso tra passato e presente, rimugina spesso sulle scelte fatte e subite, ricorda gli amici di ieri e le partite di calcio. E fa i conti con questa figlia che cresce senza madre, e che evidentemente cova sofferenze e disagi. Tutto di colpo trova un punto di svolta. Quando Roberto regala ad Alice un software sui cambiamenti climatici che, tramite simulazioni, mostra immagini di una Terra del futuro, devastata. E, forse, immagini anche più intime, che riguardano il prossimo futuro di Valeria. Ed ecco che il testo subisce una accelerazione e un cambio di direzione per arrivare tutto d’un fiato al finale.
Se dovessi usare un solo aggettivo per riassumere questo romanzo, userei “imprevedibile”. Perché non è facilmente riconducibile a un genere preciso (sociale? Ecologico? Drammatico? Fantascientifico o cosa altro? La somma di tutto ciò?), e perché davvero non sai mai dove andrà a parare l’autore. Perché la scrittura di Andrea Masotti è educata ma non addomesticata. E questo fatto mi piace, e mi ricorda le poesie di questo autore. E un suo romanzo “Intrigo sulla Moskowa”, in cui aveva gestito con maestria diverse voci narranti.

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“Il supplente” ha ricevuto la menzione speciale della giuria dei Racconti per Corti


Katia Colica vince la sezione Corti di Racconti nella Rete 2019

Il supplente

Stanza di un appartamento di periferia. Una donna scarmigliata e una bambina attendono davanti alla porta di un bagno.

– Quando esci?
– Ho quasi finito.
– La pasta si raffredda.
– Caterina, poi iniziare tu.
– Noi abbiamo finito.

Ripresa all’interno del bagno. Un uomo si guarda allo specchio tirandosi una calza femminile scura sulla testa. Sotto la calza brilla un orecchino e lui cerca di coprirlo con la mano.

– Allora te ne vuoi uscire da lì!
– Arrivo…
– Maria deve lavarsi i denti.
– Non li lava mai!
– Il dentista ha insistito. Ha detto che le vengono dei buchini con tutte le caramelle che mangia.
– Sì papà. Altrimenti nascono i vermini. (risponde Maria)
– Due minuti e sono fuori.

Toglie l’orecchino, poi tira giù la calza, guarda ancora e infine la toglie e con una smorfia di disgusto la annusa. La mette in tasca e rimette a posto l’orecchino.

– Senti Claudio, faccio una passeggiata con Maria fino ai giardini. Non trovo le mie calze. Sono in bagno?
– Non le vedo. Tutta questa fretta…
– Lo sai che Maria domani consegna il tema di italiano. Deve ancora copiarlo.
– Perché, ci sono anche dei temi in spagnolo? ( lui sovrappensiero digrigna i denti facendo una smorfia cattiva allo specchio)
– Quanto sei sciocco…

Controlla una mappa disegnata su cui sono segnate strade, semafori, direzioni da prendere. Loro escono sbattendo la porta e lui dal bagno passa in corridoio. Sul tavolo della cucina si intravede un piatto di spaghetti.

– Il bagno è libero. È quello che volete? O volete solo vedermi? Sono sempre io. Stasera sono io, perché domani sarò un altro. (sottovoce)

Controlla un pacchetto di bollette arretrate. Riportano delle cifre segnate a penna. Apre il portafogli e ci sono solo due banconote da cinque euro. Scende in cantina, apre e prova una targa da sovrapporre a quella originale della vecchia moto. Prende il cellulare e compone un numero.
– Adriano?
– Ah… Sei pronto per domani?
– Mi serve un giubbotto da motociclista.
– Devi andare a una sfilata? ( si sente ridere)
– Ho solo la giacca a quadretti. Quella che uso quando vado alle scuole. Mi possono riconoscere.
– In dieci minuti spariamo tutti e due. Spariamo nel senso che non ci vedono perché coi taglierini non si spara.
– A me non ci pensa nessuno, ma nessuno proprio perché faccio il supplente e un professore è insospettabile. Un dottore conosce i veleni, un ingegnere sa progettare una bomba, ma un professore è sopra ogni sospetto.
– Sta tranquillo.
– Ah, se i ragazzi a scuola lo sapessero! Mi rispetterebbero di più. La smetterebbero di fare casino a lezione. Claudio Capelli, ahah il prof che ha la giacca a quadretti, sempre la stessa d’inverno e d’estate.
– Ti presto il giubbetto io. A domani, ti aspetto.

Poi apre uno scatolone e armeggia fino a che trova un taglierino. Controlla il funzionamento infine lo ripone nella scatola insieme alla targa e risale nell’appartamento. Caterina rientra con il volto scuro.

– Te ne stai per conto tuo… non parli nemmeno con tua figlia.
– Lo sai che qui va tutto storto. Zio Ezio poi, l’hanno sfrattato o sta ancora in casa?
– Ezio? È in casa. Almeno per adesso. Ha detto che piuttosto che lasciarla si butta.
– Risolveremo tutto.
– Oggi devi tornare a scuola?
– Sì, alle tre devo fare lezione. (indossa una giacca a quadretti e controlla i documenti scolastici in una cartella).
– Ezio vorrebbe vederti.
– So già cosa vuole dirmi. “Ah tu che sei un professore ci devi aiutare.” Ma che significa? Sono solo un supplente squattrinato” “Hai anche l’orecchino d’oro. I soldi li hai”
– Claudio, parli da solo?
– Papà, mi leggi la brutta copia del tema? (si avvicina la bambina)
– Sì, Maria. Che tema è?
– “Un incidente dovuto alla distrazione.” Ho già scritto due pagine e domani a scuola devo consegnarlo alla maestra. Ho raccontato di quando ti sei scontrato all’incrocio. Quando hai litigato con uno che ti ha dato un pugno.
– Con quel delinquente!
– Sì, proprio quella volta che ci hai raccontato del delinquente. (si vede Claudio silenzioso incupirsi).

Esce dalla cucina.
– Maria, hai ancora mal di gola?
– Sì. ( la bambina spalanca la bocca ) aaaa Vedi? Posso stare a casa domani?
– Claudio, abbiamo detto che va a scuola. È meglio che non manchi la mattina del tema. (interviene la mamma).
– Non bisogna trascurare il mal di gola. La nonna dice che può far venire i reumatismi. (dice Claudio)
– Maria non ha la febbre.
– Vuoi proprio aspettare che peggiori? Domattina l’accompagno dalla dottoressa. Telefono ad Adriano, dovevamo vederci perché ha dei giubbini in pelle scontati. Gli dico che non posso, spero che non si incazzi.
– Per quello sei così preoccupato… Maria non sta poi così male.
– Sì, in fondo stiamo bene. Oggi va tutto bene. Domani non so.

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Insonnia – satira postmoderna


Insonnia – Satira postmoderna

Come disperso figliuolo, per magia
Ritrovai il mio caricabatteria

Era sì infisso al muro che sovente
Beveva duecentoventi di corrente

Senza il confronto dialettico ero stanco
Come una pecora inerme senza branco

Ma infine il cellulare mio devoto
sta acceso e pagherò per il mio voto

ad ogni istante mi riunirò col gregge
condividendo la notte insonne di chi legge.

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Il miracolo segreto, recensione di Bruno Balloni


Ottima scoperta

Un romanzo intenso che affronta una tematica delicata da un punto di vista del tutto nuovo, quello di un padre single e del suo rapporto con la figlia adolescente affetta da problemi alimentari. Descrizioni che lasciano il segno per poesia e capacità di trascinare il lettore all’interno di luoghi ed animi. Autore scoperto per caso che, a mio parere, merita di essere tenuto in considerazione.

2 dicembre 2019

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una panchina rossa, di Loredana De Vita


daniela e dintorni

A Red Bench

Posso immaginarti seduta sulla tua panchina rossa a guardare l’immenso infinito di quel paesaggio che non vedrai mai.

Posso immaginare i tuoi sogni e le storie mai raccontate che non hai osato pronunciare per non sporcare la purezza dei tuoi sentimenti e pensieri.

Posso immaginare la tua disperazione e quella sensazione di essere un oggetto inutile e vuoto che non si riprenderà mai dal suo dolore e dalla sua distruzione.

Posso immaginare il dolore delle tue speranze tradite e il silenzio e la cecità di coloro che non ti hanno mai dato una mano mentre, nascondendo le tue lacrime, non hai pronunciato quelle parole per spezzare il loro silenzio e l’indifferenza.

Mi siedo su questa panchina rossa, il cappotto aderente al mio corpo per trattenere l’urlo che proviene dalla mia più profonda sofferenza e non voglio dire il tuo nome, che è il mio nome, che è…

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